Prodotti al CBD di Nordic Oil

La canapa: una risorsa per l’Italia

Intervista ad Andrea Primavera, presidente FIPPO Federazione Italiana Produttori Piante Officinali

Il mercato mondiale della canapa ha radicalmente cambiato volto negli ultimi 5 anni, in seguito alla conferma del valore salutistico e terapeutico dei vari cannabinoidi, a partire dal cannabidiolo (CBD).

Il mercato mondiale del CBD, come più in generale il mercato della cannabis legale (uso industriale e medico delle infiorescenze), dal 2016 cresce a ritmi del 35-40% annuo. Protagonisti sono innanzitutto Canada e USA (75% del mercato) e più di recente la Cina.

Come sottolinea Federcanapa, nel dossier canapa industriale la cannabis light è stato l’unico mercato che dal 2017 ha avuto un notevole sviluppo in Italia, ma in assenza di chiarezza normativa è cresciuto senza regole e la sentenza del maggio 2019 delle Sezioni Unite della Cassazione lo ha pesantemente colpito.

Questa sentenza mantiene l’incertezza quando afferma che la commercializzazione dei derivati della canapa, quali foglie, inflorescenze, olio, resina, ricade nel reato di traffico di stupefacenti “salvo che tali derivati siano in concreto privi di ogni efficacia drogante o psicotropa”.

Quindi di fatto, quello che hanno stabilito i giudici prescinde dalla fondamentale constatazione che la canapa sativa L. proveniente da varietà iscritte nel Catalogo Europeo e a basso contenuto di THC è un “prodotto agricolo” per espressa definizione del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. 

In questa analisi “il principale ostacolo allo sviluppo della canapa industriale in Italia sta nel fatto che la pianta della specie cannabis sativa L., di qualsiasi varietà si tratti e indipendentemente dal suo tenore di THC, continua ad essere trattata dalla normativa nazionale prima come pianta da droga e in subordine come pianta industriale”.

La filiera italiana della Canapa

Gli investimenti in Italia sono considerati ad elevato rischio per le interpretazioni normative restrittive relative all’impiego  della canapa oltre alla chiusure ideologiche spesso palesate nel dibattito politico. Ma andiamo con ordine.

La canapa è una pianta usata in Italia fin dagli albori dell’agricoltura, soprattutto per la fibra e il cordame.

La coltivazione era diffusa in tutta la penisola che era il cuore della fibra di canapa fino alla metà del secolo scorso. 

Col nuovo millennio hanno acquisito crescente importanza i derivati dal seme e ultimamente dal fiore (a basso tenore di THC) per i mercati dell’alimentare e della salutistica (nutraceutica, cosmesi e farmaceutica).  Nell’ultimo quinquennio i derivati dal fiore rappresentano, in tutto il mondo, il settore a più rapida crescita e a più elevato reddito per i coltivatori di canapa industriale.

Ma cerchiamo di conoscere meglio la pianta, tanto discussa e tanto discutibile per i vari usi e le varie applicazioni che presenta. Per questo ci avvaliamo del prezioso contributo di Andrea Primavera, agronomo e presidente della FIPPO,  Federazione Italiana Produttori Piante Officinali.

Presidente, come e dove viene coltivata la canapa in Italia? 

“La canapa è una delle piante più esigenti tra le colture da rinnovo, (mais, girasole ecc…); è una coltura che vuole terreni, molto fertili, ricchi e profondi ; Non è vero che si adatta a tutti i terreni come dice qualcuno, ma  ha bisogno di molta acqua,  più acqua addirittura del mais e vede i suoi ambienti  ideali per la crescita  proprio nella pianura  padana, nelle grandi pianure del Pò e nelle piccole zone interne come la valnerina umbra e nella valle del Tevere.

La coltivazione della canapa è stata proposta anche dalla politica europea perché è comunque una pianta che  fornisce materiali di vario tipo;  pensiamo alle fibre o al canapulo.  (Il canapulo è il legno che si ottiene dalla canapa ; ha un potere di assorbimento dei liquidi pari a 5 volte il suo peso e viene usato in vari ambiti: edilizia, agricoltura e artigianato ).

Poi ci sono i semi, dai quali si ottiene l’olio o altri prodotti alimentari, le parti verdi, quindi le foglie i fiori e le infiorescenze.

Dal punto di vista agronomico la canapa è una pianta molto nota, specialmente all’agricoltore italiano che la coltiva da tanti anni;  la tradizione della canapa infatti si è conservata abbastanza integra nella zona tra Cuneo e Torino per esempio.

Ma ora ci sono nuove prospettive di impiego : fibre e canapulo, materiali di cui si parla molto per la possibilità di sostituire gli usi poveri della fibra sintetica, come le imbottiture e gli isolanti per l’edilizia”.

Quali sono i principali elementi della canapa ?

“Come presidente della federazione italiana produttori di piante officinali, devo distinguere nettamente due mondi: un mondo è quello dei prodotti da fumo, io so che non è igienico parlare di infiorescenza da fumo; sono tutti prodotti che poi si vendono con altre denominazioni o presentazioni di fantasia, e questo è un mondo a se stante, rispetto a quella che è la canapa utilizzata come pianta officinale.

Perchè la canapa è una pianta officinale indubbiamente, avendo tantissime sostanze attive come i cannabinoidi ma anche i terpeni e i fenoli che sono molto interessanti”

Presidente, ci può spiegare meglio il concetto di canapa come pianta officinale ?

Noi come FIPPO parliamo della canapa per uso officinale, ovvero solo quella parte della pianta che proviene dalla fronda, ossia dalle infiorescenze e dalle foglie che viene destinata all’impiego estrattivo. 

Si tratta di un prodotto dai cui provengono degli estratti di varia natura. E’ chiaro che è officinale la canapa a basso tenore di cannabinoiode e di THC, che è quella legalmente coltivabile in Italia dall’agricoltore comune. 

Ma è officinale anche quella terapeutica, che però non è di libera coltivazione, perché rientra nelle cosiddette droghe stupefacenti e può essere coltivata solo dallo Stato.

Quindi, una cosa è la canapa come pianta officinale; altra è la canapa da cui si ricavano elementi stupefacenti. Qual è la differenza?

La canapa contiene vari cannabinoiodi, che compongono una famiglia molto complessa poiché sono decine e decine di molecole; alcune sono molto studiate come per esempio il CBD nelle varie forme, il cannabigerolo (CBG) e il THC.

La sostanza stupefacente è proprio il THC, (tetraidrocannabinolo) e quando abbiamo voluto rilanciare la coltura della canapa, che è stata un’operazione a livello di Unione Europea, non solo italiana, si è dovuto però provvedere a selezionare determinate varietà che contenessero basse concentrazioni di THC e la soglia limite che identifica la canapa come coltura selezionata sul registro europeo, è lo 0,2%.

Da quali parti della pianta si ricavano THC e CBD?

Le sostanze attive sono concentrate prevalentemente nelle foglie ma ancora di più nelle infiorescenze, soprattutto nelle brattee  (organi che avvolgono i fiori), quindi non sono all’interno, non sono nei semi, non sono nel fusto ma sono concentrate nell’infiorenscenza nel suo complesso; però l’accumulo di queste sostanze è di natura genetica, quindi alcune varietà che sono state selezionate ne contengono poco altre ne contengono molte. Normalmente devono avere meno dello 0,2% di THC, eccezionalmente possono avere fino allo 0,6% per essere una coltura lecita destinata al libero commercio; sopra lo 0,6%  la pianta rientra nella normativa sulla fabbricazione degli stupefacenti. In realtà poi la cannabis medica contiene in genere dal 4 fino al 6% di THC. Ma questa può essere prodotta grazie ad  una convenzione internazionale del 1971 a cui l’Italia ha aderito, che stabilisce che ogni stato deve fabbricare le droghe stupefacenti necessarie per uso medico (i cosiddetti antidolorifici, palliativi e altro), e non può fabbricarle e metterle in commercio. Quindi, le droghe stupefacenti non sono di libero commercio, ogni stato le fabbrica   e le utilizza all’interno del proprio circuito sanitario. Ovviamente se una nazione non riesce a fabbricare dei principi attivi può fare un convenzione con un’altra nazione  e comprare principi attivi.

Presidente, può fare qualche esempio?

Noi non produciamo farmaci derivati dagli oppiaci ma li compriamo dalla Francia attraverso una convenzione. Quindi lo stupefacente può essere fabbricato solo dallo Stato, o eventualmente (da noi però non succede) da un privato autorizzato dallo Stato e l’altra canapa la può fabbricare chiunque. La canapa che contiene meno dello 0,2% di THC può contenere il CBD che è un’altra delle sostanze molto interessanti per le varie proprietà che le sono riconosciute.

Il CBD non è una sostanza stupefacente, lo ha stabilito anche l’Unione Europea e l’Organizzazione mondiale della Sanità. Quest’ultima  ha ammesso anche l’impiego in ambito alimentare del CBD come sostanza aromatica.

Il CBD viene prodotto partendo dalle infiorescenze della canapa attraverso processi di estrazione.

Qual è la differenza tra la canapa e la cannabis?

La canapa è la pianta, la cannabis sono i derivati della canapa.

La cannabis si distingue in quella medicinale e la cannabis per uso officinale. Questo per quanto riguarda le definizioni, ma il discrimine sta nel contenuto di THC.

Un prodotto con alto contenuto di THC è stupefacente e viene impiegato soprattutto nel trattamento palliativo di varie forme, per esempio per persone che soffrono di nausea perché sono soggette a chemioterapia, mentre il CBD si utilizza per esempio per le fibromialgie, o per alcune forme di epilessia.

Attualmente da noi, il CBD viene prodotto come ingrediente di grado farmaceutico anche se poi i farmaci con il CBD non ci sono. Sono prodotti soprattutto in America del Nord o in Canada dove hanno  un impiego più esteso.

Come pianta officinale  per cosa può essere usata la canapa?

La canapa viene coltivata e utilizzata per estrarne le infiorescenze.

La pianta viene essiccata; poi viene separata la parte fibrosa come rami e fusto. La biomassa verde, ricca di principi attivi viene mandata alle industrie che ne fanno estratti. Il derivato è il CBD che è un ingrediente multitasking perché può essere impiegato in cosmetica, nel comparto alimentare, e all’interno di farmaci. E’ una sostanza estremamente flessibile.

CANNABIS: per la prima volta marijuana utilizzata in un ospedale pubblico in Sicilia

Svolta nella politica sanitaria della Regione a statuto speciale; in applicazione del decreto firmato un anno fa dall’assessore alla Salute Ruggero Razza, un ospedale pubblico, ha consegnato gratuitamente ad una paziente affetta da sclerosi multipla, dosi di marijuana per uso terapeutico per la terapia del dolore. Il provvedimento quindi da’ la possibilita’ di utilizzare il derivato della canapa nella terapia del dolore, a carico del servizio sanitario regionale.

Il preparato è stato confezionato da una farmacia convenzionata ed è stato consegnato al ‘Piemonte’ del Centro neurolesi Bonino Pulejo, a Messina.La paziente,una donna di 46 anni, racconta di avere ricevuto 45 grammi di infiorescenza suddivisa in 30 scatolini.

“Un altro piccolo passo, ma fondamentale per i diritti dei malati in Sicilia” ha commentato  Fabrizio Ferrandelli, responsabile lavoro e mezzogiorno della segreteria nazionale di +Europa e consigliere comunale a Palermo.

‘Dal luglio del 2018 – aggiunge – quando una nostra delegazione, insieme e grazie all’impegno del comitato Esistono i diritti, ha chiesto all’assessorato alla Salute l’istituzione del tavolo tecnico sulla cannabis ad uso terapico in Sicilia, riprendendo il ddl a mia firma presentato anni prima in assemblea regionale, molta strada è stata fatta. Oggi finalmente un altro passo verso i diritti dei malati è stato compiuto”

Ma fondamentale è la filiera e il sistema produttivo e di approvvigionamento, nonché la sensibilizzazione nel settore medico.

“Continueremo a lottare finché anche in Sicilia si proceda con campagne di sensibilizzazione terapeutica e formazione ai medici prescrittori. Con altrettanta forza ci impegneremo anche affinché si possa produrre Cannabis in Sicilia, riducendo i costi e l’importazione dall’estero, aumentandone la disponibilità per il sistema sanitario nazionale e creando nuova occupazione”, conclude Ferrandelli.

Ma dal punto di vista normativo qual è la situazione nel nostro Paese?

Da 10 anni in Italia i medici possono prescrivere preparazioni contenenti sostanze attive vegetali a base di cannabis per uso medico da prepararsi in strutture preposte.  Il Testo Unico sulle droghe 309 del 1990 prevede che , la sostanza possa esser coltivata dietro autorizzazione di un particolare organismo nazionale ad hoc.

Dal 2007 è possibile importare alcuni farmaci a base derivati della canapa,  mentre, in virtù di un accordo firmato tra i Ministeri di Salute e Difesa del settembre 2014, le infiorescenze per le preparazioni galeniche possono essere prodotte anche dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze.

Come previsto dal Decreto Ministeriale del 9 novembre 2015, la prescrizione di cannabis “a uso medico” in Italia è limitata al suo impegno nel  dolore cronico e a quello associato a  varie patologie tra cui la sclerosi multipla, ma anche alla nausea e al vomito causati da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV,  all’effetto ipotensivo nel glaucoma, alla riduzione dei movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Tourette.

Si tratta di prodotti fitoterapici ad azione sintomatica potenzialmente utili in diversi quadri patologici. Non trattandosi di farmaci riconosciuti, di soli le prescrizioni si effettuano quando le terapie convenzionali risultano inefficaci, con tutto quello che ne consegue per i pazienti in termini di sofferenze. C’è da dire che la protagonista di questa vicenda si è detta felicissima.

“Per scopo terapeutico ho ricevuto la prima prescrizione nel 2017 che ho pagato a 53 euro per un grammo e mezzo, dopo di che non ne ho piu’ trovata; e’  stato un calvario”, racconta all’ AGI Loredana Gullotta,   la  paziente, che ha ricevuto le dosi di cannabis terapeutica. 

“Ero felicissima quando mi hanno  chiamato dall’ospedale, del resto avevo telefonato chiedendo di avviare la prescrizione alla farmacia convenzionata, il mio medico si e’ attivato, si e’ informato, mi ha fatto avere 45 grammi di  Bedrocan.  Purtroppo non riesco ad avere il rimborso dei soldi che ho speso nel primo lockdown per il Bedrocan e una sostanza similare che compravo nelle farmacie specializzate che ne avevano la disponibilità dell’infiorescenza”.  

CBD e animali: il veterinario ci spiega la sua importanza

Nuove frontiere terapeutiche e passi in avanti nella conoscenza delle proprietà della canapa. Intervista alla Dottoressa Elena Battaglia veterinaria esperta nelle terapie con il CBD

Il CBD ad uso terapeutico non è utilizzato sono nella medicina umana ma anche in campo veterinario. Ne abbiamo parlato con Elena Battaglia, veterinaria che nel suo studio di Spotorno in Liguria prescrive CBD e THC terapeutici ai suoi pazienti animali.

Dottoressa, quando e perché ha scelto di utilizzare il CBD terapeutico?

È cominciato tutto anni fa quando la mia cagnetta si è ammalata. La mia cagnolina Simba di 17 anni aveva dei problemi di salute legati all’età. Ha iniziato ad avere deficit cognitivi dovuti all’anzianità, faceva fatica ad alzarsi per via dell’artrosi e aveva paura dei temporali e della pioggia. Infatti quando pioveva iniziava a girare intorno a sé stessa oppure passeggiava avanti e indietro per tutta la notte. Per curarla abbiamo provato diversi farmaci tra cui il cortisone, ma stava bene per 10 giorni, il tempo della somministrazione e poi ricominciava a stare male.

Per i deficit cognitivi e la paura dei temporali abbiamo provato varie soluzioni tra cui anche i fiori di Bach, ma non c’era niente da fare. Nessuna di queste soluzioni sembrava risolvere il problema. Poi un mio amico in America mi parlò del CBD terapeutico e decisi di provare. Ho scoperto delle aziende che producevano CBD terapeutico per animali negli stati uniti e l’ho acquistato. Non sapevo se potevo portarlo in Italia ma sono riuscita a portarlo nel nostro Paese. Ho iniziato a somministrarlo a Simba e dopo 4 giorni dalla somministrazione ci sono stati subito miglioramenti.

Simba riusciva ad alzarsi più velocemente, teneva la testa dritta, non accusava dolori. Non aveva paura nemmeno dei temporali e della pioggia. Per lei è stato un toccasana. Da quando ha iniziato a prendere il CBD fino alla fine dei suoi giorni non ha più assunto anti-infiammiatori, cortisone, o fiori di Bach perché non ha più avuto problemi. Dalla mia esperienza personale ho capito che bisognava fare qualcosa anche per gli altri animali e ho iniziato a prescriverla ai miei pazienti. Parliamo di anni fa e il CBD era difficile da reperire ma si poteva utilizzare il CBD isolato (estratto dalla canapa industriale e privato degli altri cannabinoidi). Io preferisco un full spectrum (contiene composti presenti nell’intera pianta di cannabis, come terpeni, flavonoidi e altri cannabinoidi come THC o CBG). (Qui tutte le informazioni sul CBD). 

Al giorno d’oggi in Italia è facile reperire farmaci con CBD per animali?

Oggi reperire prodotti CBD full spectrum derivati dalla canapa non è molto difficile. C’è il Kanarescu che è uno dei più famosi. Io lo utilizzo spesso.

Il problema che rimane consiste nel trovare prodotti seri; ossia con una concentrazione di CBD al 5%, certificata da analisi di laboratorio, e che siano esenti da metalli pesanti, pesticidi e lieviti. Dobbiamo essere certi che sia un prodotto biologico, e in questo invito tutti a fare molta attenzione. Ci sono prodotti di CBD reperibili online sul sito della ditta produttrice e altri acquistabili in farmacia.

Per quali patologie può essere usato il CBD sugli animali?

Le patologie “più famose” per le quali viene prescritto il CBD sono: dermatiti, patologie neurologiche, artrosi, nevriti. Ma anche patologie comportamentali come l’epilessia o problemi gastroenterici. Ogni giorno però si scopre una patologia che può essere curata con il CBD. Ad esempio un mio paziente (un volpino) era affetto da alopecia X ed è arrivato nel mio studio che era quasi senza pelo. La padrona era intenzionata ad usare il Kanarescue per curare il cane. Io per onestà le ho comunicato che non avevo mai utilizzato il CBD per questa patologia e che non c’era la sicurezza che funzionasse. Abbiamo provato ad usare il CBD con un dosaggio minimo e nell’arco di tre, quattro mesi il volpino si è ripreso. Il pelo è ricresciuto ed è tornato ad essere peloso come sempre. È stata una sorpresa per tutti, però la cura a base di CBD aveva funzionato perfettamente.

Spesso il CBD è usato per alleviare ansia e stress. In che modo gli animali manifestano questi malesseri?

Ci sono comportamenti più o meno evidenti attraverso i quali l’animale manifesta stati d’ansia e stress. Ad esempio possono distruggere oggetti o mobili. Oppure piangono, ululano nel caso dei cani. Lo stress a volte può portare l’animale a mordere.  A volte invece si isolano, mangiano meno. Di solito però il proprietario dell’animale si accorge di questi comportamenti anomali.

Quali possono essere le cause di questi problemi?

Possono essercene tantissime. Ad esempio un cambio di casa, un cambio di orario di lavoro del proprietario o una nuova persona in casa. Ci sono molte cause, variano da animale ad animale. Bisogna sempre valutare il singolo e capire da dove nasce questa alterazione nei comportamenti.

Ci sono effetti collaterali se il CBD è usato su animali?

Per il CBD, se usato con il dosaggio corretto non ci sono effetti collaterali. Nella peggiore delle ipotesi un effetto collaterale può essere maggiore sonnolenza o magari l’animale beve di più.

Invece possono assumere il THC?

Sì, possono assumerlo e in certi casi devono. Questo soprattutto in alcune patologie neurologiche come la sindrome di chiari, o in casi di artrosi molto grave, oppure in tutte le patologie oncologiche per aiutare a rallentare il tumore.  (Qui tutte le informazioni sul THC).

Per quanto riguarda il dosaggio, come dobbiamo comportarci? In che modo va somministrato?

Ci sono delle dosi minime da cui partire ma ovviamente bisogna valutare caso per caso. Se il paziente ha altre patologie che sta curando, se sta prendendo altri farmaci che potrebbero dare delle interazioni e che tipo di vita conduce.

Se è intollerante all’olio di cocco oppure all’olio d’oliva perché la maggioranza delle formulazioni del CBD sono in olio di cocco o d’oliva.

Dopo aver analizzato tutto il caso si passa ad elaborare la dose e il piano terapeutico tenendo in conto il peso dell’animale. Di solito il dosaggio minimo dura una quindicina di giorni perché devono passare 15 giorni per vedere i primi effetti. Di solito usiamo questo periodo per abituare l’animale ad arrivare alla sua dose minima che è diversa per ogni paziente. 

Una volta che si arriva al dosaggio minimo si valuta se quella dose è efficace per quella patologia in quel soggetto. Nel caso in cui non fosse efficace si aumenta gradualmente la dose e ogni 10 giorni si fa la valutazione.

Come vengono somministrati CBD e THC?

In forma d’olio in gocce, di solito mattina e sera. La maggior biodisponibilità è in olio, la pasticca potrebbe avere un assorbimento minore. (Qui tutte le informazioni sull’olio di CBD).

Si sente spesso parlare di uso del CBD per cani e gatti… Su animali come pappagalli, pesci, serpenti e iguane? Può essere somministrato?

Sì assolutamente. Ho letto molti studi e articoli dove c’è scritto che i proprietari lo utilizzano su questi animali. Per queste specie solitamente, viene prescritto per problemi legati allo stress. Inoltre viene somministrato ai cavalli anche con ottimi benefici sia per l’ansia che per artrosi o patologie dolorose.

In Italia si sente poco parlare di CBD in campo veterinario; perché?

Se ne parla poco perché la maggioranza dei colleghi, come si insegna agli studenti, sono inquadrati negli schemi. Cioè per curare quella malattia gli viene insegnato che si usa un determinato farmaco (punto).

Non c’è un visione più ampia, la mentalità è limitata agli schemi, a quello che c’è scritto nei libri. Non si va oltre. È molto più facile attenersi agli schemi piuttosto che imbattersi nello studiare la pianta della canapa che è semplice ma al tempo stesso complessa.

Semplice perché agendo sul sistema endocannabinoide che abbiamo tutti, agiamo su tutto l’organismo migliorandolo. È difficile perché devi valutare il paziente e lo devi seguire ed inoltre  esistono varie tipologie di canapa.

Molto spesso i veterinari non sono abituati a valutare il paziente nella sua interezza ma valutano solo il singolo problema.  Per quanto riguarda le varietà di canapa in Italia, è difficile trovare quella adatta. Si sceglie la varietà di cannabis terapeutica in base alla patologia del paziente e ad altre cose.

Ad esempio ad un animale ansioso non puoi somministrare una varietà di cannabis che può far venire ansia.

Quindi è più complicato questo procedimento. Sulla Cannabis poi ci sono anni e anni di pregiudizi. Rispetto ad anni fa comunque molti passi avanti sono stati fatti. Quello che è criticabile è il fatto che la cannabis non è legale e purtroppo ogni anno abbiamo carenza di cannabis terapeutica in Italia. Adesso mancano 2 varietà in tutto il nostro Paese e a farne le spese sono i pazienti umani e animali. Io cerco in tutti modi di trovare una varietà sostitutiva che sia il più possibile vicino al piano terapeutico originario.

Ad esempio per gli oncologici che stanno seguendo una terapia con una varietà che stava funzionando; se io gliela cambio, non ho la certezza di ottenere gli stessi risultati che abbiamo ottenuto fino a quel punto.  

È assolutamente importante che il proprietario non faccia il fai da te, perché non è in grado di valutare quale CBD e quale dosaggio siano più adatti al suo animale. Secondo me i colleghi dovrebbero imparare a somministrare il CBD in dosi basse, aumentare la dose gradualmente e a non  usare il CBD con un integratore. È un farmaco e come tale va trattato.

Quindi, ad ogni variètà corrisponde un effetto?

Sì, ogni varietà ha i suoi cannabinoidi e i suoi flavonoidi. A seconda della concentrazione di essi noi abbiamo diversi effetti. Se fossero legali tutte le varietà non ci sarebbero problemi.

Adesso in Italia ci sono 3 varietà a disposizione, ma il Bediol e il Bedica sono esauriti da più di un mese. Purtroppo, però, queste due sono fondamentali per diverse patologie. La soluzione è importarne di più, oppure legalizzare altre varietà in modo da avere più produzioni.  Sottolineo che tutta la canapa in vendita deve essere regolamentata in modo tale da essere sicuri di ciò che si sta assumendo. Se è terapeutica deve essere prodotta e venduta in maniera idonea.  Non è giusto però che molte persone in Italia non possono accedere ad un farmaco, che già nel 1800 era nella farmacopea americana. Io ho pazienti animali con la sindrome di chiari (patologia neurologica) che prendevano farmaci che non funzionavano. Adesso con la cannabis terapeutica hanno ottenuto giovamento. Questa patologia causa dolore e colpisce i cani cavalier king.

C’è un caso particolare, di un suo paziente sul quale ha usato il CBD che le è rimasto a cuore?

Sì, una volta ho curato con il CBD uno scimpanzé della fondazione Mona in Spagna, affetto da artrite, sindrome di chiari e atteggiamenti autolesionistici. Dopo la somministrazione del CBD full spectrum è decisamente migliorato; è tornato a camminare dritto su due zampe (cosa che non faceva più) e ha smesso di farsi del male da solo. Adesso sta benissimo.

Cannabis light: in Lombardia, con la zona rossa, schizzano le vendite on-line

Le restrizioni anti-Covid, soprattutto nel periodo di Natale, hanno portato un aumento del fatturato per le aziende che vendono prodotti derivati dalla cannabis. Ovviamente stiamo parlando di  prodotti ottenuti dalla coltivazione di canapa legale, cioè a basso contenuto di THC (entro lo 0,6%) e quindi senza effetti psicoattivi sul consumatore, bensì rilassanti per la presenza del cannabidiolo, comunemente chiamato CDB. Non avere effetti psicoattivi vuol dire che questi principi non portano ad uno stato alterato della mente e non producono dipendenza.

Con il periodo  di restrizioni e ormai il perdurante stato di emergenza, con il relativo stress psicologico sulle persone, i prodotti a base di CBD stanno conoscendo un vero e proprio boom.  Se prendiamo in esame la regione, definita la locomotiva economica d’Italia, notiamo che negli ultimi 3 anni il numero delle aziende in questione è raddoppiato. Se parliamo invece di superficie coltivata a canapa, passiamo dai 75 ettari del 2017 ai 150 del 2020; la provincia più attiva è Pavia con 45 ettari, ma anche Milano, non certo famosa per l’agricoltura, presenta 8 ettari di coltivazioni di canapa.  

La Lombardia fa veramente da locomotiva al settore con 146 negozi sparsi sul territorio, segue il Lazio con 103, l’Emilia  Romagna con 87, il Veneto con 62 e la Toscana con 56. Ma il boom di vendite di questi giorni sembra essere figlio delle restrizioni per il contenimento dell’epidemia  e del cashback di Stato,  che incentiva gli acquisti con il POS ottenendo uno sconto del 10% sul totale speso. (https://www.altroconsumo.it/soldi/carte-di-credito/news/cashback)

E anche in questo grave momento, (da vari punti vista) i numeri non mentono. Le vendite maggiori di cannabis light si registrano nelle regioni “rosse”, ossia con le più dure misure anti-Covid. In particolare in Lombardia: +250%. Dati  eloquenti sono stati pubblicati di recente da Matteo Moretti, fondatore di JustMary, società attiva nella vendita di cannabis light legale, intervistato da “Il  Corriere della Sera”.

“Negli ultimi mesi del 2020, spiega Moretti, si sono registrate vendite record con picchi di ordini del 200% in alcune regioni.  La società, operativa con un servizio di ecommerce su  Milano, Torino, Firenze, Roma, Monza e Catania, ha chiuso l’anno  con 50mila ordini.  E l’idea di offrire ai clienti la possibilità di pagare nel momento dell’avvenuta consegna, tramite pos in dotazione ai rider, è un importante incentivo all’acquisto, poiché permette di usufruire del bonus di Stato. Infatti come sottolinea ancora Moretti, una buona fetta di clienti è migrata dal pagamento direttamente online a quello  in “presenza” al momento  della consegna a domicilio. Ma la Lombardia non è l’unico esempio di questo boom. Vendite più che raddoppiate anche a Palermo e a Catania, con la Sicilia che diventa la seconda regione d’Italia per questo tipo di acquisti.

L’aspetto normativo

Il settore comunque, sembra una Ferrari lasciata ancora in garage. Il problema è anche il vuoto normativo e lo stallo politico che lascia gli operatori in balia di chiusure ideologiche e sentenze di varie istituzioni anche a livello sovranazionale.

La legge di riferimento in Italia è la 242/2016,  promulgata durante il governo Renzi, che reca norme “per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa” e si applica “alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole (…) le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti (…)”.

La norma chiarisce le destinazioni di utilizzo della canapa stabilendo che dalla pianta, coltivata secondo le regole  è possibile ottenere:

1) alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori;

2) semilavorati, quali  fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attivita’ artigianali di diversi settori, compreso quello energetico; 3) materiale destinato alla pratica del sovescio;

4) materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia;

5) materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati;

6) coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonche’ di ricerca da parte di istituti pubblici o privati;

7) coltivazioni destinate al florovivaismo.

Da ciò discende la liceità della coltivazione della cannabis, seguendo particolari disposizioni. Non solo; è lecito anche trasformarla per ottenere i prodotti indicati dalla normativa.  Il paletto più importante è la percentuale di THC presente nella pianta.

L’Art. 4 recita: “Qualora all’esito del controllo il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ed  entro  il limite dello 0,6 per cento, nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che  ha  rispettato  le  prescrizioni  di  cui  alla presente legge.

Dopo la promulgazione di questa legge nel 2017,  sono “sbocciati” in Italia come in altri Paesi dell’Unione Europea, centinaia di negozi dedicati alla vendita di infiorescenze di canapa coltivate per destinazioni ‘tecniche’ o per ‘collezionismo’. Successivamente sono intervenuti con delle circolari, i ministeri dell’Interno e delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.  In sostanza è stata limata la soglia del THC.

“Le infiorescenze della canapa con tenore superiore allo 0,5% di THC rientrano nella nozione di sostanze stupefacenti”.

Il 30 maggio del 2019 una sentenza della Cassazione ha decretato che “la commercializzazione di cannabis sativa e, in particolare, di foglie, infiorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n.242 del 2016  salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. In pratica, l’osservato speciale nonché vero discriminante è sempre il THC, elemento psicoattivo al contrario del CBD.

Questa sentenza di fatto mantiene l’incertezza, ma secondo Federcanapa (la federazione della canapa italiana), avrebbe anche arrecato danni all’intero settore. Sul dossier canapa si legge  che “gli investimenti in Italia sono considerati ad elevato rischio per le interpretazioni normative restrittive relative all’impiego della parte apicale della pianta di canapa Industriale”.

Insomma complice la politica, la Ferrari viene ancora tenuta sottochiave e un settore con enormi potenzialità  con ricadute nei campi più svariati, non viene valorizzato per motivazioni che non sembrano aderenti alla realtà economica e sociale del 2020. Ricordiamo che l’intero  comparto in Italia conta almeno 10mila addetti, con 1500 aziende di trasformazione e commercializzazione, e 800 aziende agricole, per un fatturato di 150 milioni di euro nel solo 2018 econ quasi 4mila ettari di colture in Italia, secondo le stime di Coldiretti. Questa filiera s’innesta in uno scenario mondiale in crescita esponenziale.

Secondo un recentissimo studio di Research & Markets il settore della canapa industriale, passerà dai 4,6 miliardi di dollari del 2019 ai 26,6 miliardi di dollari del 2025. Un aumento annuo del 34%. Molto più grande dell’aumento che vediamo nel settore del gioco d’azzardo. L’Italia, dove sarà?

CBD e animali: tutto quello che devi sapere

Il CBD è una metabolita della cannabis sativa, ovvero, è il prodotto di un processo del metabolismo. La cannabis o canapa sativa è una pianta (può arrivare fino ai 5 metri di altezza) coltivata principalmente per uso tessile, edile,  per la produzione della carta e per uso medico e ludico.  Ricordiamo che il CBD (qui tutte le informazioni sul CBD) non è un psicoattivo contrariamente al THC (qui tutte le informazioni sul THC).  In campo farmacologico il CBD può rivelarsi un ottimo analgesico, ovvero, può mitigare il dolore. Inoltre il CBD può essere prescritto per alleviare l’ansia grazie alle sue proprietà rilassanti. Al giorno d’oggi il CBD in campo medico non è solo utilizzato sull’uomo, ma anche sugli animali.

Molti veterinari, infatti, prescrivono con le dovute cautele e accortezze farmaci cannabinoidi agli animali.  Il CBD in questi casi è usato per placare ansia, dolore e infiammazioni quando le normali terapie farmacologiche non hanno più effetto sull’animale.  Vediamo nel dettaglio tutte le particolari caratteristiche ed effetti che il CBD ha sui nostri amici a quattro zampe e non solo.

CBD terapeutico per animali

Prima di arrivare all’uso veterinario del CBD occorre qualche piccola precisazione. L’uso medico dei cannabinoidi risale a migliaia di anni fa. Infatti le prime scoperte risalgono addirittura al 2737 a.c. quando l’imperatore cinese Shen-Nung ha scritto un libro sui metodi usati da chi comprendeva i benefici medici della cannabis.

In questo scritto l’imperatore raccomanda il CBD per molti disturbi come  stipsi, gotta e reumatismo.  L’arrivo del CBD nella medicina occidentale si deve invece a William Brooke O’Shaughnessy nell’800  dopo un viaggio in India. Per quanto riguarda la medicina attuale una pubblicazione del 2011   sulla rivista Current Drug Safety sottolinea che il CBD è sicuro sia su organismi animali che umani.  

Il CBD svolge la sua azione attraverso il sistema endocannabinoide del corpo umano e animale.  Questo sistema è composto da neurotrasmettitori che si legano ai recettori dei cannabinoidi. Il CBD può essere somministrato sia a cuccioli che ad animali adulti.  Ricordiamo che l’articolo che regola la prescrizione di CBD ad uso veterinario è il 10 comma 1 del decreto Legislativo 193/2006. L’articolo all’ultimo punto recita che in caso di mancanza di un farmaco convenzionale, è possibile prescrivere medicinale o preparati veterinari da farmacisti in maniera estemporanea, come cura sostitutiva.

Effetti del CBD sugli animali e le ricerche scientifiche

Come sottolineato da alcune ricerche il CBD sugli animali ha effetti benefici terapeutici. In genere lenisce infiammazioni, spasmi muscolari, convulsioni, disturbi neurologici e disturbi dello stomaco.  Inoltre a seguito di un intervento chirurgico può accelerare la guarigione dell’animale.  Può essere somministrato per crisi epilettiche, nausea e cancro.  Anche il report dell’OMS realizzato nel 2017 ha attestato l’efficacia del CBD terapeutico. Il 19 Novembre del 2020 l’Alta Corte di Giustizia dell’UE ha stabilito che il cannabidiolo non è un farmaco narcotico. Inoltre la Commissione droghe delle Nazioni Unite ha riconosciuto ufficialmente che la pianta ha  proprietà terapeutiche e quindi non può essere inserita tra le sostanze dannose. Tra i 27 Paesi che hanno votato a favore della sua rimozione dalla tabella delle sostanze illegali c’è anche l’Italia. Le Nazioni Unite hanno deciso di seguire quindi le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che nel 2019 – dopo un lungo lavoro di review scientifica – aveva chiesto al palazzo di vetro di rivedere la sua concezione sulla pianta  per favorirne un uso terapeutico.

Il CBD  può ridurre le crisi epilettiche secondo lo studio condotto da Evan C. Rosenberg, Richard W. Tsien, Benjamin J. Whalley e Orrin Devinsky. Generalmente l’1-5% dei cuccioli soffre di crisi epilettiche e le  cause possono essere molteplici come le malattie ereditarie o danni alla testa. 

Inoltre i cannabinoidi possono essere prescritti anche per dolori articolari per via del loro potere analgesico. Gli animali infatti, in particolare se anzianotti, possono soffrire di dolori articolari o di artrite. Nei cani e nei felini il  CBD si rileva essere un ottimo strumento per lenire questo tipo di dolori, in quanto, rilassa i muscoli e di conseguenza tutto il corpo.

Non tutti sanno che anche i nostri animali domestici possono soffrire d’ansia e stress (come i padroni…). In questi casi il CBD può rivelarsi un alleato molto utile per il trattamento di questa patologia. Infatti aiuta a mantenere la calma e infonde relax al nostro animale.

In particolare uno studio dimostra che il CBD riduce significativamente l’ansia.

I cannabinoidi possono essere anche un antiemetico potente. Cosa si intende per antiemetico? Antiemetico significa che contrasta nausea e vomito. Può prevenirla ma anche lenirla.  Secondo alcune ricerche il CBD può contrastare la crescita di cellule tumorali negli animali.  L’AVMA(American veterinary medical association) conferma che il CBD è usato per trattare molte malattie degli animali.  In particolare ricordiamo irritazioni, paure,  disturbi intestinali e nervosismo.

Gli effetti riportati sono: aumento di peso, vitalità, appetito.

Da Cannabisteraupetica sappiamo che il primo farmaco legale contente CBD per animali è il Canna-pet. Riportiamo di seguito la storia pubblicata da Cannabisteraupetica di un felino che ha usufruito dei benefici del CBD.

Il felino 18enne  soffriva di una serie di problemi, come tiroidite e malattie cardiache. Oltre ad artrite grave, insufficienza renale e pancreatite cronica, una condizione che gli aveva fatto perdere l’appetito. Questo è stato riferito dalla  dottoressa veterinaria Kathy Kramer del Vancouver Animal Wellness Hospital sostenitrice della marijuana medica per gli animali domestici.

Da quando i proprietari del gatto hanno cominciato a somministrargli  una goccia quotidiana di marijuana medica sotto forma di tintura, il gatto ha iniziato a stare molto meglio. “Ora il felino malato, che aveva già perso la voglia di mangiare, richiede il suo cibo e sembra provare meno dolore”, ha spiegato il veterinario, precisando che: “Ha ancora un sacco di problemi di salute, ma per ora è stabile e mangia come un campione”.

In Italia, una sostenitrice della cannabis terapeutica è la veterinaria Elena Battaglia che esercita la professione in Liguria. La dottoressa ha affermato in un’intervista di aver avuto risultati soddisfacenti con il CBD per il trattamento di artrosi, deficit cognitivi in cani e gatti anziani, ictus, malattie neurologiche, nevriti, ansia/stress, diabete, epilessia, tumori, dermatiti, problemi al tratto gastrointestinale, osteoporosi e malattie autoimmunitarie.

Olio di CBD sugli animali: come somministrarlo ed effetti collaterali

Per uso terapeutico anche l’olio di CBD può essere somministrato agli animali.  L’olio di canapa, è un olio alimentare ottenuto dalla spremitura a freddo dei semi di canapa. Da questo seme solitamente è possibile estrarre una quantità di olio pari al 30% del  suo peso.  L’olio di canapa è considerato un ottimo alimento grazie ai suoi alti livelli di vitamine, tra cui A, E, B1, B2, PP, C, sali minerali come ferro, calcio, magnesio, potassio, fosforo. L’olio di canapa è ricco anche di acidi grassi essenziali come l’Omega 3 e l’Omega 6. Anche l’olio di CBD è un prodotto naturale ricavato dalla canapa,  ma non viene ricavato dai semi, come l’olio di canapa,  bensì  dai tricomi ghiandolari delle foglie e dei fiori femminili della pianta. Una volta isolato dal materiale vegetale grezzo, il CBD viene aggiunto ad un olio vettore (tipicamente olio d’oliva o di semi di canapa) e commercializzato come olio di CBD. In questi composti la concentrazione può variare da un minimo del 2,5% di CBD fino ad un massimo del 30%. (Qui tutte le informazioni sull’olio di CBD.)

Per quanto riguarda gli animali,  degli Studi clinici hanno testato l’efficacia dell’olio di CBD in cani, gatti e cavalli.  In particolare 23 stati degli Stati Uniti hanno legalizzato l’utilizzo della cannabis a scopo terapeutico. In  California invece si sta valutando una legge che consenta l’impiego del CBD anche in campo veterinario.  

L’olio di CBD per cani e gatti viene venduto in boccette assieme alla siringa dosatrice. In questi casi l’olio deve essere somministrato direttamente nella bocca dell’animale. Ad esempio però, la concentrazione di CBD al 5%  è usata solo in caso di malattie gravi.  Il dosaggio varia a seconda della patologia da trattare, dalla tipologia dell’ animale e soprattutto cambia in base al peso dell’animale. Generalmente sono 2 gocce di olio di CBD per cani ogni 5 chili di peso.  Il primo giorno è consigliata l’assunzione di una sola goccia, poi dal secondo giorno 2 gocce. Per i cani la dose consigliata è di 2 gocce per 5 kg per peso.  L’olio di CBD deve essere utilizzato per almeno 3 settimane per vedere dei miglioramenti.  Se ne consiglia l’utilizzo per non oltre tre mesi. Tuttavia è doveroso precisare che  va somministrato sotto prescrizione medica e che il dosaggio e il tempo di somministrazione devono essere indicate dal veterinario che ha in cura l’animale.  La ricetta ha la durata di 30 giorni dalla prescrizione. 

Al momento non ci sono effetti collaterali particolari legati all’utilizzo del CBD. Ricordiamo infatti che il CBD non è una sostanza stupefacente, psicoattiva. Soprattutto non ha gli effetti collaterali che di solito palesa il THC.  I possibili effetti indesiderati che possono manifestarsi nell’animale sono: bocca asciutta, sonnolenza, abbassamento della pressione sanguigna, diarrea, cefalee.

OMS: ecco cosa dice sul CBD.

La concezione delle istituzioni internazionali verso il cannabidiolo è cambiata di recente, grazie a conoscenze scientifiche sempre più approfondite e ad una più larga applicazione in campo medico.

Il CBD e le istituzioni sovranazionali. 

Il 19 Novembre del 2020 l’Alta Corte di Giustizia dell’UE ha stabilito che il cannabidiolo non è un farmaco narcotico. La sentenza sancisce la libera circolazione del CBD  e boccia i  tentativi di alcuni paesi  membri  che negli ultimi anni hanno cercato di reprimere l’uso del CBD sostenendo che fosse dannoso per la salute.  

La decisione è stata presa dopo aver esaminato un caso francese contro un’azienda ceca che vendeva CBD nelle cartucce di sigarette elettroniche.  Secondo i giudici del Lussemburgo quindi “Uno Stato membro non può vietare la commercializzazione del cannabidiolo (CBD) legalmente prodotto in un altro Stato membro, qualora sia estratto dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza e non soltanto dalle sue fibre e dai suoi semi”.  Dal punto di vista del diritto comunitario viene chiarito  che nel caso  in questione  sono applicabili le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione, ma a questa decisione si è arrivati poiché, è bene ricordarlo, il CBD non può essere considerato come uno “stupefacente”

La Corte infatti ha sottolineato che, in base allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, il CBD non ha effetti psicotropi né effetti nocivi per la salute umana (a differenza del THC).

Pochi giorni più tardi, il 2 Dicembre è crollato un altro tabù: l’ONU ha tolto la cannabis dall’elenco delle sostanze dannose. 

La Commissione droghe delle Nazioni Unite ha riconosciuto ufficialmente che la pianta ha  proprietà terapeutiche e quindi non può essere inserita tra le sostanze dannose.

Tra i 27 Paesi che hanno votato a favore della sua rimozione dalla tabella delle sostanze illegali c’è anche l’Italia. Le Nazioni Unite hanno deciso di seguire quindi le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che nel 2019 – dopo un lungo lavoro di review scientifica – aveva chiesto al palazzo di vetro di rivedere la sua concezione sulla pianta  per favorirne un uso terapeutico. 

Da qui la scelta di cancellare la Cannabis dalla tabella numero 4 del sistema di catalogazione istituito nel 1962, quella che elenca piante e derivati psicoattivi definiti come pericolosi. Sostanzialmente l’ONU con questa rivoluzionaria decisione ha deregolamentato l’uso della cannabis a fini terapeutici. Infatti come molte sostanze anche la cannabis può essere utilizzata a fini terapeutici ma fino  a quel  momento essendo ritenuta dannosa in assoluto a livello internazionale si prevedevano forti passaggi burocratici per l’autorizzazione alla produzione e alla commercializzazione. Con questo “declassamento” è più facile produrla, importarla, esportarla e acquistarla a fini terapeutici.

Il cambio di rotta ha una valenza storica: ora la ricerca scientifica, per esempio, potrà procedere con meno ostacoli, soprattutto per tutte quelle patologia per le quali la cannabis ha comprovati effetti terapeutici.

Come ha già spiegato in un’intervista a CBD-life.it il dottor Francesco Crestani, medico specialista in anestesia e rianimazione ed esperto di cannabis terapeutica, “uno dei campi applicativi della cannabis è la terapia del dolore, essendo la  cannabis  un farmaco a tutti gli effetti. Questo era noto da millenni, però le ricerche recenti hanno dimostrato che questa sua attività non interessa solo il dolore ma anche una vasta serie di patologie.”

Ma come si è giunti a queste storiche aperture da parte dei più autorevoli organismi internazionali?

Una tappa fondamentale è stata il rapporto sul CBD fatto dall’OMS nel 2017

Il CBD e l’OMS

A novembre del 2017 viene stilato  da una commissione di esperti sulla dipendenza dalla droga, dell’organizzazione mondiale della sanità, un rapporto sul CBD

In questa sede si parla di cannabis pianta e resina, estrazioni e tinture di cannabis, delta-9-THC e suoi isomeri (In chimica, gli isomeri sono molecole o ioni poliatomici con formule molecolari identiche, ovvero lo stesso numero di atomi di ciascun elemento, ma disposizioni distinte di atomi nello spazio).

Il CBD nel dettaglio viene considerato come una medicina, di conseguenza l’OMS raccomanda all’ONU di rivedere la concezione del composto.

Ma andiamo per ordine: secondo gli scienziati interpellati dall’OMS, negli esseri umani, il CBD non mostra effetti indicativi di abuso o potenziale di dipendenza.

Inoltre Il CBD si è rivelato come un trattamento efficace dell’epilessia in diversi studi clinici.  Non solo: “Esiste un uso medico non autorizzato di prodotti a base di CBD con oli, integratori, gomme e estratti ad alta concentrazione disponibili online per il trattamento di molti disturbi”.

Il CBD è generalmente ben tollerato con un buon profilo di sicurezza. Gli effetti negativi segnalati possono essere come un risultato delle interazioni tra il CBD e i farmaci già utilizzati dai  pazienti.

Ad oggi, “non ci sono prove dell’uso ricreativo del CBD o di alcun problema relativo alla salute pubblica associato all’uso del CBD puro.”

Negli studi clinici, il CBD viene generalmente somministrato per via orale come una capsula o sciolta in una soluzione oleosa (ad esempio olio di oliva). Può essere somministrato anche per via sublinguale o intranasale. Una vasta gamma di dosi orali sono state riportate in letteratura, con la maggior parte da 100 a 800 mg / giorno. 

I potenziali effetti tossici del CBD

In generale, è stato riscontrato che il CBD presenta un grado relativamente basso di tossicità.

Studi in vitro (la locuzione latina in vitro, tradotta letteralmente, significa “sotto vetro  è usata per indicare fenomeni biologici riprodotti in provetta e non nell’organismo vivente) e su animali hanno riscontrato i seguenti effetti:

  1. Il CBD influenza la crescita delle linee cellulari tumorali, ma non ha effetto nella maggior parte delle cellule non tumorali. Tuttavia, è stato osservato un effetto pro-apoptotico in linfociti. L’apoptosi è quel processo enzimatico che porta alla morte programmata delle cellule. Interessa tutte le cellule: sia quelle sane che quelle malate ed è  fondamentale  per il corretto sviluppo dell’organismo. 
  2. Il CBD non sembra aver alcun effetto sullo sviluppo embrionale.
  3. L’evidenza sui potenziali cambiamenti ormonali è mista; secondo alcuni studi ci sono possibili effetti, secondo altri, nessun effetto, evidenza che cambia a seconda del metodo utilizzato e del particolare ormone preso in esame.
  4. Il CBD non ha effetto su un’ampia gamma di parametri fisiologici e biochimici, o effetti significativi sul comportamento degli animali a meno che non siano dosi estremamente elevate somministrate (per esempio superiori a 150 mg/kg  come dose acuta o superiore a 30 mg / kg per via orale al giorno per 90 giorni nelle scimmie).
  5. Gli effetti del CBD sul sistema immunitario non sono chiari; ci sono prove di soppressione immunitaria a concentrazioni più elevate, ma può verificarsi, al contrario, una stimolazione immunitaria a concentrazioni inferiori.
  6. Esiste, come già accennato in precedenza la possibilità che il CBD venga associato alle interazioni farmacologiche.

Potenziale abuso di CBD

Studi sull’uomo hanno evidenziato che il CBD non è associato all’abuso potenziale. Al contrario del THC, la cui somministrazione è stata associata ad intossicazione soggettiva ed euforia. In queste ricerche il THC ha anche aumentato i sintomi psicotici e l’ansia. Mentre il THC ha aumentato la frequenza cardiaca inoltre, il CBD non ha avuto effetti fisiologici. In generale CBD da solo non ha prodotto effetti psicoattivi, cardiovascolari o altri effetti.

Il CBD e le sue applicazioni terapeutiche.

Studi clinici hanno dimostrato come il CBD sia efficace per almeno alcune forme di epilessia. In sede sperimentale si sono riscontrati miglioramenti significativi nei pazienti, nonché l’assenza o il calo  di crisi convulsive.

Ci sono anche prove (limitate però) che il CBD possa essere un trattamento utile per molte altre patologie.

Un’altra possibile applicazione terapeutica che è stata studiata, è l’uso di CBD per il trattamento della tossicodipendenza. Una revisione sistematica suggerisce che il CBD possa avere effetti terapeutici sulla dipendenza da oppioidi, cocaina e psicostimolanti.

Alcuni dati fanno ipotizzare che  il CBD  potrebbe essere utile anche nella dipendenza da cannabis e tabacco. Tuttavia, sono necessarie molte più ricerche per valutare il CBD come potenziale trattamento.

In generale secondo gli studi presi in esame dall’OMS, alcune applicazioni terapeutiche in cui il CBD può avere effetti benefici, possono essere riassunte nella seguente tabella :

MalattiaEffetti
Morbo di AlzheimerAntinfiammatorio, antiossidante, antiapoptotico in modelli in vitro e in vivo di risposte neuroinfiammatorie e neurodegenerative.
Morbo di Parkinson  Attenuazione del danno dopaminergico in vivo; neuroprotezione; miglioramento della valutazione psichiatrica e riduzione dell’agitazione, del comportamento aggressivo nei pazienti.
Sclerosi MultiplaSegni migliorati di EAE nei topi, proprietà antinfiammatorie e immunomodulatorie.
DoloreEffetto analgesico in pazienti con dolore neuropatico resistente ad altri trattamenti.
PsicosiAttenuazione dei cambiamenti comportamentali e gliali in modelli animali di schizofrenia; proprietà antipsicotiche sui sintomi indotti dalla ketamina.
DepressioneEffetto antidepressivo.
AnsiaRiduzione delle tensioni muscolari, dell’irrequietezza, dell’affaticamento, e dei disturbi di Concentrazione. Miglioramento delle interazioni sociali. Riduzione dell’ansia sociale nei pazienti.
NauseaSoppressione della nausea e apertura condizionata nei ratti.
Disturbi infiammatoriProprietà antinfiammatorie in diversi modelli in vitro e in vivo; inibizione delle citochine e delle vie infiammatorie.
Disturbi cardiovascolariDimensioni ridotte dell’infarto grazie a proprietà antiossidanti e antinfiammatori in vitro e in vivo.
Complicazioni del DiabeteAttenuazione della fibrosi e della disfunzione miocardica.

THC: Tutto quello che c’è da sapere

In questi anni si sono scatenate molte polemiche intorno all’uso della cannabis. Spesso però è stata data una lettura superficiale di questa particolare pianta che grazie alle sue componenti può rappresentare un risorsa preziosa se usata con le dovute precauzioni e nel modo corretto. Infatti le sue componenti e i suoi principi attivi spesso rimangono sconosciuti o nell’ombra, una di queste è il THC, ma cos’è?

Cos’è il THC

Il THC è il tetraidrocannabinolo, ovvero uno dei maggiori e più noti principi attivi della canapa. Il THC fa parte dei fitocannabinoidi. I Fitocannabinoidi sono sostanze chimiche di origine naturale o composti chimici presenti nella pianta cannabis sativa. Il THC quindi è una sostanza prodotta dai fiori di questa pianta. Esso può essere ingerito oppure fumato o inalato.

Questo principio attivo è stato isolato per la prima volta nel 1964 da Raphael Mechoulam, Yechiel Gaoni, e Habib Edery dall’istituto WeizmannIsraele. Nella sua forma pura, il THC si presenta a basse temperature, in un solido cristallino vetroso, di color leggermente rosa  ed è viscoso e appiccicoso se riscaldato.  Sul mercato però il THC si vende in soluzione liquida oleosa di colore giallo/marrone. Esso ha una bassissima solubilità in acqua, che aumenta nei solventi organici.

Le piante che contengono THC

In natura ci sono diversi tipi di piante che contengono THC. Ad esempio l’echinacea utilizzata a fini ornamentali contiene questo principio attivo. Inoltre ha delle proprietà curative, infatti è utilizzata per curare infiammazione di ferite, bruciature e punture di insetti. Un’altra pianta che contiene THC è “la pianta elettrica” conosciuta anche come Acmella Oleracea. Il fiore di questo vegetale viene utilizzato per lenire il mal di denti grazie al suo potere anestetizzante. L’effetto può durare circa 10-15 minuti. Anche l’elicriso, la Radula margitana e la Camellia Sinensis (o Pianta del Tè) fanno parte dei Fitocannabinoidi.  Ovviamente a questo elenco non può mancare la Marijuana che oltre ad avere effetti psicotropi è utilizzatissima in medicina per alleviare dolori particolarmente forti causati da tumori o altre patologie gravi.

Che cos’è l’Hashish

Il THC è contenuto anche all’interno dell’hashish, o Fumo, come viene chiamato in Italia. Questa sostanza stupefacente deriva dai fiori femminili della pianta di Cannabis. L’hashish ha un effetto più forte rispetto alla marijuana, in quanto, contiene una maggiore quantità di THC.  Secondo alcune voci l’hashish veniva usato da al-Hasan ibn as-Sabbah, maestro degli “ismailiyyah”. Il maestro concedeva in premio l’hashish ai suoi sicari solo se avessero portato a  termine gli omicidi da lui commissionati. Questa tesi però non ha nessuna valenza storica.

Piante psicoattive legali

Solitamente siamo portati a pensare che tutte le sostanze psicoattive contenenti THC siano illegali, ma ovviamente non è così. Infatti esistono diverse tipologie di piante psicoattive legali, che possono essere utilizzate senza infrangere la legge. Qui sotto vi riportiamo l’elenco.

  • Hawaiian Baby Woodrose
  • Mimosa Hostilis
  • Cactus Mescalinici
  • Morning Glory
  • Salvia
  • Rospo Del Fiume Colorado (Bufo Alvarius)
  • Tartufi Magici
  • Passiflora
  • Loto blu
  • kanna

Che cos’è la marijuana

La marijuana è una sostanza psicoattiva che contiene THC. Essa è conosciuta anche con il nome di erba, bila o gangia, Oppure più colloquialmente “la maria”. La Marijuana si ottiene dai fiori essiccati femminili della canapa. La quantità di THC cambia a seconda della tipologia di canapa coltivata. Infatti ad ogni varietà di canapa corrisponde un livello di THC. In molti paesi queste piante sono illegali, tuttavia esistono varietà coltivabili legalmente. Ad esempio nel nostro Paese per essere in linea con la legge il livello di THC deve essere al di sotto dello 0.5%. La marijuana può essere fumata, ingerita oppure sciolta in caffè, o tè. Addirittura la somministrazione può essere sublinguale.

Quanto rimane nel sangue il THC

Un fattore importantissimo da non sottovalutare è il tempo di permanenza del THC nel nostro corpo. Esso varia a seconda del tipo di THC che assumiamo. Indicativamente però il THC rimane nel nostro sangue dalle 4 alle 12 ore dal consumo. Questo tempo cambia per i consumatori abituali di Marijuana. Infatti la positività al THC in  questo caso rimane per molte settimane, se non mesi, dopo l’ultima assunzione. Questo perché il THC contenuto dalla Marijuana è a rilascio lento e costante. In sintesi, la sua permanenza nel nostro corpo in particolare nel sangue, dipende dall’uso e dal consumo che ne facciamo. Dunque non esiste una regola esatta che vada bene per qualunque livello di THC.

Quanto rimane nelle urine il THC

Come spiegato prima, il tempo di permanenza varia (dai 6 giorni ai 3 mesi) a seconda del livello di THC presente nella sostanza che consumiamo. Ad esempio, in forma liquida esso tende ad essere immagazzinato dalle cellule adipose del nostro corpo. In questo modo il suo rilascio è lento e costante. Dunque non c’è una data di scadenza precisa, varia da soggetto a soggetto. I fattori da tenere in considerazione sono: la quantità di tessuto adiposo presente nel corpo, la quantità e la frequenza di THC consumato.

Come smaltire il THC

Tuttavia esistono dei “trucchetti” per espellere la sostanza psicotropa in tempi abbastanza rapidi. Il THC può essere smaltito con maggiore rapidità sia dalle urine che dal sangue bevendo molta acqua. Infatti l’acqua può “purificare” la nostra urina che in questo modo viene diluita ed elimina il THC in modo più veloce. Un altro aiuto viene dall’assunzione di zinco. Infatti grazie alla sua funzione adulterante lo zinco (assunto sotto forma di pastiglia o polvere) genera nei test un falso negativo per circa 12-18 ore.

Anche bere bevande disintossicanti abbassa il livello di THC. Esse infatti nascondono la presenza della cannabis. Queste bevande essendo diuretiche stimolano la minzione e in questo modo espelliamo la sostanza. Anche Utilizzare il carbone attivo (assunto in capsule) costituisce un aiuto importante. Grazie al suo utilizzo il THC è espulso naturalmente attraverso l’urina e le feci e impedisce che i tessuti adiposi si leghino alla sostanza psicoattiva. Praticare sport ci permette di “bruciare” il tessuto adiposo (grasso) dunque di conseguenza il THC non si attacca ad esso e viene eliminato.

L’impiego del THC in medicina

Come abbiamo puntualizzato in precedenza, il THC è utilizzato anche in medicina ed è presente in moltissimi farmaci. Ricordiamo che in Italia il Senato ha acconsentito alla produzione di farmaci a base di cannabinoidi nel 2010. Questi prodotti sono venduti in farmacie private e ospedaliere per preparazioni su prescrizione del medico.

Di seguito l’elenco dell’impiego terapeutico di THC:

  • nausea e vomito in chemioterapia
  • stimolazione appetito nell’AIDS
  • sclerosi multipla
  • terapia del dolore
  • traumi cerebrali / ictus
  • sindrome di Tourette
  • cancro al cervello, alla prostata, al seno, ai polmoni
  • leucemia
  • artrite reumatoide
  • malattie infiammatorie croniche intestinali (malattia di Crohn, colite ulcerosa)
  • glaucoma
  • epilessia
  • allergie
  • anti-tumorale
  • asma bronchiale
  • malattie autoimmuni (lupus)
  • malattie neurodegenerative (malattia di Alzheimer, corea di Huntington, malattia di Parkinson)
  • patologie cardiovascolari (aterosclerosi, ipertensione arteriosa)
  • sindromi ansioso-depressive
  • sindromi da astinenza nelle dipendenze da sostanze
  • spasticità nelle lesioni midollari (tetraplegia, paraplegia)

Farmaci cannabinoidi

Dronabinol, cannabinoide sintetico, variante stereochimica del THC

  • CP 47,497, cannabinoide sintetico
  • HU-210, cannabinoide sintetico
  • HU-308, cannabinoide sintetico
  • JWH-018, cannabinoide sintetico
  • Levonantradolo, cannabinoide sintetico
  • Nabilone, cannabinoide sintetico
  • Sativex, Spray orale a base alcolica
  • Cannabidiolo, (CBD), prodotto naturalmente nel fiore di cannabis
  • Tetraidrocannabinolo prodotto naturalmente nel fiore di cannabis

Gli effetti del THC sulle patologie

I primi impieghi della cannabis per uso medico si devono a Carlo Erba (farmacista e fondatore della casa farmaceutica omonima) e i suoi colleghi, nel 1847.  Inizialmente hashish e olio di cannabis erano utilizzati come cura contro il tetano e per prevenire il colera. Ricordiamo che nel dicembre del 2006, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge per promuoverne la ricerca e l’inserimento di due farmaci a base di questa sostanza (il Delta-8-tetraidrocannabinolo e il Delta-9-tetraidrocannabinolo) nell’elenco delle terapie contro il dolore.

Sulle patologie il THC può avere degli effetti straordinari. È impiegato per combattere l’insonnia, ma anche per alleviare i dolori del cancro, per malattie mentali e per patologie ossee. Come spiegato dal Dottor Fracesco Crestani, medico specialista in anestesia e rianimazione ed esperto di terapia del dolore, uno dei campi applicativi della cannabis è appunto la terapia del dolore. (Qui la nostra intervista completa al Dottor Crestani).  

Come sottolinea Crestani, la cannabis è un farmaco a tutti gli effetti.

Il nostro organismo è un sistema endocannabinoide, su cui i cannabinoidi possono agire. Il corpo umano produce endocannabinoidi (lipidi bioattivi) attraverso le cellule neuronali.

Essi regolano l’eccitabilità neuronale. Nella pianta troviamo THC e CBD ma anche altri cannabinoidi minori che tutti insieme contribuiscono all’effetto terapeutico e limitano gli effetti collaterali della molecola singola. Inoltre il THC ha effetti benefici su asma, bronchiti, infiammazioni.

Nel 2016 è stato pubblicato uno studio su  Aging and Mechanisms of the Disease. Secondo l’analisi, i cannabinoidi combattono ed eliminano  la proteina tossica beta amiloide (prodotta naturalmente dal nostro cervello). Questa proteina è causa di demenza e di Alzheimer. 

Un anno dopo i ricercatori hanno scoperto che bassi dosi di THC sono in grado di ripristinare funzioni cognitive negli anziani.

Il comportamento del THC nel corpo

Il THC è utilizzato come euforizzante, antinausea, antiemetico, anticinetosico, stimolante l’appetito. E ancora, abbassa la pressione endooculare, ed è capace di abbassare l’aggressività. Esso interagisce con il sistema endorfinico (le endorfine sono neurotrasmettitori) rilasciando dopamina e generando piacere. Può provocare sensazioni di euforia, rilassamento, percezione spazio-temporale alterata; alterazioni uditive, olfattive e visive. Ma anche ansia, disorientamento e stanchezza.

Inoltre la cannabis può provocare inibizione presinaptica della ricaptazione di vari neurotrasmettitori eccitatori (dopamina e glutammato), e stimola la sostanza grigia periacqueduttale (centro di controllo con cellule che producono encefalina che a sua volta inibisce il dolore ) e del midollo rostrale ventromediale (gruppo di neuroni da cui si diramano fibre nervose inibitorie e eccitatorie dirette al midollo spinale). Queste inibiscono le vie nervose del dolore.

Il dottor Francesco Crestani fa chiarezza sulla cannabis terapeutica, CBD e THC. (intervista)

Intervista al dottor Francesco Crestani, medico specialista in anestesia e rianimazione ed esperto di cannabis terapeutica e di terapia del dolore.

Negli ultimi giorni con l’emendamento alla manovra “Misure a sostegno della filiera della canapa”, presentato dal deputato Riccardo Magi di +Europa, in commissione bilancio alla Camera, è ripreso il dibattito con relativa polemica politica sull’uso della cannabis terapeutica.

I prodotti derivati dalla pianta ormai sostengono un indotto con migliaia di lavoratori. Ma ci sono chiusure ideologiche e posizioni politiche ben precise, che ormai si scontrano da decenni. Intanto però il mercato fiorisce, con sempre più prodotti disponibili anche in rete e con l’Italia che deve colmare un vuoto normativo ormai ingiustificabile. Ma è opportuno fare chiarezza e capire bene a cosa serve realmente la cannabis e quali sono i rischi per i consumatori.

Per questo abbiamo posto le nostre domande al dott. Francesco Crestani, il primo medico ad effettuare una richiesta di importazione di un cannabinoide in Italia (2001), nonché uno degli autori del primo libro scientifico-divulgativo sulla cannabis medica nel nostro Paese.

Dottor Crestani, che cos’è la terapia del dolore?

La terapia del dolore è una branca recente della medicina; esiste da pochi anni ad essa si dedicano soprattutto gli anestesisti e i rianimatori che sono sempre stati  interessati al tema del dolore. Ed è strano che ci si è dedicato a questo campo da così poco tempo, perché di solito una persona va dal medico perché prova dolore o ha qualche disturbo. 

Stranamente non si è mai considerato il dolore un campo della medicina, come invece è considerato adesso, soprattutto il dolore cronico, che diventa una vera e propria malattia.

A chi è rivolta la terapia del dolore?

Il campo è molto vasto. Se pensiamo a dati recenti, pare che ci siano da 13 a 16 milioni di Italiani che soffrono di dolore cronico; e una buona parte di questi soffre da almeno 7 anni, un’altra parte ha provato vari tipi di terapia senza risultati.  Per questo è un campo estremamente vasto.

Cannabis terapeutica: come è usata?

Uno dei campi applicativi della cannabis è appunto la terapia del dolore; per questo è nato l’interesse, ma poi si è visto che la cannabis è un farmaco a tutti gli effetti, una pianta terapeutica. Questo era noto da millenni, però le ricerche recenti hanno dimostrato che questa sua attività non interessa solo il dolore ma anche una vasta serie di patologie.

Questo perché abbiamo nel nostro organismo un sistema molto importante,  denominato endocannabinoide.  Sul sistema endocannabinoide agiscono i cannabinoidi esterni, ovvero quelli della pianta. Questo sistema è molto diffuso in tutti gli organi. Per questo, le applicazioni sono molto vaste oltre al dolore, e ogni giorno si scoprono nuove possibili potenziali applicazioni.

I cannabinoidi principali sono CBD e THC; quando lei parla di cannabis terapeutica, parla di tutta la pianta o di questi due elementi?

Quando parlo di cannabis terapeutica parlo di tutta la pianta; perché nella pianta troviamo THC e CBD che sono le molecole principali,   poi ci sono altri cannabinoidi minori ma anche altre sostanze come i terpeni, sostanze che tutte insieme contribuiscono all’effetto terapeutico nonché a limitare gli effetti collaterali della molecola singola. Perché in verità si potrebbe, come alcuni auspicano, usare anche la molecola singola, ossia il singolo CBD o il singolo THC che può essere certamente utile; però vari studi ed esperienze di tanti medici e pazienti, dimostrano che la cannabis intera è meglio della somma di singoli elementi.

Sta parlando del cosiddetto effetto entourage?

Si. L’effetto entourage consiste nel fatto che tutte le varie sostanze che compongono la cannabis agiscono in vari punti del metabolismo delle nostre cellule; come se fosse una specie di coro invece che una voce singola, come poteva essere una molecola che agisce in un preciso punto. Ovvero: la ricerca del piccolo punto specifico del nostro metabolismo è una ricerca che si è dimostrata, in questi casi, vana. E’ anzi molto più utile agire a 360 gradi su diverse disfunzioni che possono alterare il nostro organismo.  

Per quale tipo di pazienti viene usata la cannabis terapeutica? E quali sono i suoi effetti?

Nel dolore cronico si è dimostrata efficace e questo è dimostrato.

C’è un rapporto ufficiale dell’accademia delle scienze americana del 2017 che dice chiaramente che la cannabis è efficace nel dolore cronico dei pazienti adulti. Ma ci sono altri casi specifici oltre al dolore cronico: come l’epilessia farmacoresistente, c’è il glaucoma, c’è l’effetto anti-vomito nella nausea da chemioterapia, c’è l’effetto antispastico nei pazienti con problemi alla colonna, c’è l’effetto antinfiammatorio nelle patologie croniche, quindi sono possibili tante applicazioni in tanti campi.

In Italia si parla molto, anche nel mondo della politica, dei due principali elementi della cannabis; CBD e THC. Qual è la differenza fondamentale tra loro?

In molti casi gli effetti si sovrappongono; hanno tutti e due un certo effetto analgesico e antinfiammatorio. Il THC è la parte che dà il cosiddetto sballo nella cannabis. Il THC ha l’effetto psicoattivo. Il CBD invece non ha questi effetti di sballo, anzi tende a contrastarli, per questo è auspicabile in certi casi, utilizzarli insieme, perché riduce gli effetti collaterali che non sono voluti sui pazienti.

In Italia in questi giorni sono riaffiorate le polemiche politiche per un emendamento presentato per definire il quadro normativo rispetto alla cannabis light, visto che esiste già un mercato nel nostro Paese, che vede impiegati oltre 10 mila lavoratori. Ci sono anche migliaia di negozi aperti in tutta Italia, dopo la legge del 2017 che vendono prodotti derivati dalla canapa tra cui l’olio di CBD per esempio. Ma questo elemento, il CBD è una droga?

Il termine “droga”, dal punto di vista tecnico, significa “farmaco”, quindi se lo consideriamo un farmaco, come in verità è, perché ha degli effetti notevoli dal punto di vista farmacologico, è meglio che venga maneggiato da esperti del settore. Per questo motivo non la vedo bene come autocura di una patologia grave, come può essere l’epilessia farmacoresistente di un bambino. E’ meglio che, quando usato come farmaco, sia considerato un farmaco, e quindi usato sotto prescrizione medica e preso in una farmacia perché deve essere testato, deve essere un CBD da una pianta testata, che non provenga da coltivazione sconosciute e che abbia un dosaggio ben preciso e sempre ripetibile, di sostanza attiva.

Questo per quanto riguarda l’uso terapeutico. Ma la legge riguardava anche l’uso per così dire ludico, cioè il fatto di poter prendere l’olio di CDB con una concentrazione che può andare dal 2,5 al 20 -30% in vari  negozi; secondo Lei questo uso può essere comunque senza rischi? Senza effetti collaterali? Ovviamente preso con le dovute cautele e sempre sotto indicazione di un medico.

E’ difficile che un medico prescriva un prodotto di questo tipo preso in un negozio di quel tipo, anche se ammettiamo che il CBD di per sé non ha grossi effetti collaterali; praticamente sono quasi sconosciuti gli effetti collaterali o potenziali effetti negativi di questa sostanza; direi che è una sostanza estremamente sicura e che in molti casi può aiutare; non diciamo in patologie, ma può essere un aiuto, come può essere una pianta medicinale presa in erboristeria, quindi da questo punto di vista non vedo particolari problemi.

E certamente una pianta con solo CBD è una pianta benefica se la consideriamo da un punto di vista più largo.

Se invece pensiamo ad una terapia, allora è meglio che ci si rivolga ad un medico che prescriva un prodotto controllato di farmacia.

Attualmente in una situazione di vuoto normativo si procede a colpi di sentenze, ultima, quella corte di giustizia europea che ha sancito la libera vendita del CBD tra gli Stati membri. Secondo Lei, in Italia, quanta strada bisogna fare ancora? E quale sarebbe un giusto equilibrio tra medicina e legge?

Quando si parla di medicina e di scienze, sarebbe giusto andare avanti   non a colpi di decisioni di magistrato, ma in base alla ricerca scientifica, perché tanti medici, specie quelli meno propensi all’uso di cannabis, lamentano che non si può fare medicina in base alle sentenze di un magistrato, il quale non ne sa niente e magari interpreta in un modo o nell’altro certi dati.

Quindi sarebbe opportuno che si facesse maggior ricerca e si procedesse  in base alle esperienze e alle conoscenze scientifiche e ai dati della letteratura.

Lei è un profondo conoscitore della fitoterapia e spesso questo termine è associato, nella nomenclatura comune, a prodotti di erboristeria per esempio; ci può spiegare cosa è la fitoterapia realmente? E quali sono le sue applicazioni pratiche?

La cannabis è proprio la quinta essenza della fitoterapia: ossia la terapia con le piante in cui si sfrutta tutta la pianta e non la singola molecola per avere appunto un aumento degli effetti terapeutici e una riduzione degli effetti collaterali. E questo è dato da tutta quanta la pianta, dal totum della pianta, qualcuno lo chiama fitocomplesso, oppure si parla di sinergia, cioè nelle piante, e la cannabis è proprio il classico esempio, non c’è una singola sostanza, ma ci sono tante molecole che tutte insieme contribuiscono all’effetto benefico della pianta e riducono anche certi effetti collaterali della molecola singola.

Quindi è importante studiare le singole molecole e arrivare alla pillola anche di THC in certi casi. Però come si è visto in molti casi e in molti studi, è veramente importante avere, tutta la pianta, perché tutta la pianta contribuisce all’effetto. Questa è la fitoterapia.

Ovviamente quando si parla di terapia, soprattutto quando si parla di patologie importanti è bene che questa cosa sia studiata da un medico che conosca bene cosa c’è all’interno delle piante, e sappia prescrivere esattamente gli estratti più indicati per quel tipo di malattia.

Quindi serve un professionista che nel caso di patologie serie è meglio che sia un medico

Caro dottore, un’ultima domanda si attualità. Lei è specialista in anestesia e rianimazione, la sua categoria è stata tra le  più colpite dalla pandemia di covid, anche pagando un prezzo di sangue. Questo settore tempo fa ha lanciato l’allarme: l’associazione degli anestesisti e rianimatori, oltre alla richiesta della chiusura di molte attività, ha denunciato la mancanza di  almeno 3000 specialisti. Secondo Lei quanto può reggere con questi numeri il sistema sanitario nazionale? Le chiedo inoltre: cosa è andato storto e cosa invece ha funzionato nella gestione del coronavirus?

E’ un problema drammatico! Da anni la categoria degli anestesisti è stata negletta; lo dicevamo già dagli anni scorsi che eravamo in pochi. Siamo sempre meno e dobbiamo accollarci sempre più lavoro.

E adesso di colpo quei pochi che c’erano, sono stati costretti a fare un lavoro triplo. E’ vero che aumentano i posti nelle rianimazioni; ma erano già pochi. Io stesso, come tutti i miei collegi, devo lavorare enormemente di più rispetto a prima. Poi gli interventi di routine sono stati bloccati.

Le terapie antalgiche sono state bloccate. La mia stessa terapia antalgica è stata bloccata e molti anestesisti e rianimatori che si occupavano di terapia del dolore, sono stati dirottati nelle sale operatorie e nelle rianimazioni perché siamo in emergenza. Perciò i pazienti con dolore adesso rimangono senza terapia o devono aspettare mesi prima di avere una visita o una cura.

Olio di CBD della Nordic Oil

Nordic Oil è un brand scandinavo conosciuto per la produzione e vendita di prodotti a base di CBD; da qui la sua missione di diventare uno dei maggiori fornitori a livello mondiale, e finora sta ottenendo degli ottimi risultati. Infatti, il brand rappresenta un punto di riferimento per i prodotti CBD in Europa, con una piccola presenza anche negli USA. Facile arrivare al fatto che l’Olio di CBD della Nordic Oil è uno dei prodotti più venduti al mondo.

Tra le varianti di prodotti a base di CBD presenti sul mercato, l’olio è sicuramente quella più conosciuta: prendiamo in esame in questo caso l’olio europeo, che presenta una diversa composizione rispetto a quello americano.

Principali caratteristiche

L’olio di CBD Nordic Oil si presenta in una confezione da 10 ml con una concentrazione della sostanza pari al 20%, e contiene circa 250 gocce.

Ciò che lo rende di qualità superiore rispetto alla media è la presenza dell’intera gamma di cannabinoidi naturali ma, soprattutto, il suo metodo di estrazione. L’estrazione dell’olio di CBD dalla pianta della canapa può avvenire in diversi modi; tuttavia, quello più conosciuto è il metodo di estrazione con CO2, lo stesso utilizzato per l’olio Nordic Oil. Attraverso questo processo gli ingredienti fondamentali quali, appunto i cannabinoidi e terpeni naturali vengono mantenuti intatti. Inoltre, le piante utilizzate per la produzione del Nordic Oil provengono da coltivazioni in Europa non OGM; ciò significa che:

  • Son prive di conservanti artificiali e coloranti;
  • Non contengono fertilizzanti chimici, né ormoni della crescita;
  • Sono vegan e gluten free.

Formula al 100% naturale

La sempre maggiore diffusione dei prodotti a base di CBD comporta una più ampia gamma di scelta; ciò significa che saranno disponibili sul mercato prodotti che presentano formulazioni di qualità più o meno alta.

La formulazione dell’olio di CBD Nordic Oil è senza dubbio uno degli elementi che fa la differenza, ponendo il prodotto su un gradino più alto rispetto ai suoi concorrenti. Infatti, troveremo al suo interno ingredienti completamente naturali. Tra questi possiamo elencare:

  • Olio di Canapa biologico;
  • CBD (concentrazione al 20%);
  • Acido grasso Omega-3;
  • Acido grasso Omega-6;
  • Vitamina E;
  • Terpeni naturali.

Olio di CBD a spettro completo

Altra fondamentale caratteristica da tenere in considerazione, l’olio di CBD Nordic Oil è un prodotto a spettro completo.Oltre al CBD, l’olio contiene tantissime altre tipologie di cannabinoidi quali CBG, CBN e CBC, utili a garantire un effetto entourage, cosicché combinati insieme consentiranno di ottenere effetti distinti tra loro.

Potenza del CBD e scelta del dosaggio

Una caratteristica che spicca nell’olio di CBD Nordic Oil è la potenza di CBD tra le più elevate sul mercato. È possibile infatti scegliere tra tre diverse concentrazioni: 5, 15 e 20%.

La maggior parte delle aziende preferisce optare per una potenza bassa o media, mirata a coloro che favoriscono concentrazioni più leggere. La Nordic Oil propone invece delle concentrazioni alte, specifiche per gli individui che assumono CBD quotidianamente, e intendono massimizzare l’effetto.

La scelta del dosaggio è una caratteristica puramente soggettiva, poiché l’effetto del CBD varia in base a una serie di caratteristiche tra cui metabolismo, peso corporeo e altre ancora.

Se non hai mai utilizzato un prodotto a base di CBD, l’ideale sarebbe partire da una bassa concentrazione (ad esempio la versione dell’olio Nordic Oil al 5%), per poi aumentare gradualmente il dosaggio in base all’effetto che desideri ottenere. Il dosaggio può variare da 1 a più gocce al giorno; tuttavia, esso dipende dal produttore e dalla composizione del prodotto, per cui prima di procedere all’assunzione, è sempre meglio controllare le dosi consigliate sull’etichettatura.

Qualità vs Prezzo

Nonostante l’elevata concentrazione di CBD presente all’interno dell’olio Nordic Oil il prezzo risulta abbastanza moderato, specialmente rispetto ai concorrenti presenti sul mercato. Infatti, esso si aggira tra i 0,08€-0,10€ per mg di CBD, nonostante in alcuni paesi europei questo prezzo possa variare, anche se di poco. Essendo quindi l’olio di CBD un prodotto di per sé caro, sia per la composizione sia per il metodo di estrazione utilizzato, questo prezzo è considerato basso, se non addirittura conveniente.

Scopi e vantaggi

Trattandosi di un prodotto a spettro completo, l’olio di CBD Nordic Oil si presta a un utilizzo molteplice. Tuttavia, uno dei principali scopi è sicuramente quello terapeutico; è stato infatti riscontrato come l’olio di CBD sia in grado di fronteggiare una serie di problematiche, dalle tensioni muscolari legate agli stati d’ansia, fino a giungere al suo potenziale analgesico nelle terapie del dolore legate al trattamento di gravi patologie.

L’olio di CBD Nordic Oil si rivela particolarmente utile nel miglioramento della qualità del sonno; se assunto regolarmente, esso favorisce il rilassamento muscolare e la regolazione del funzionamento delle cellule cerebrali iperattive, elementi che, combinati insieme, garantiscono un sonno più rapido e di miglior qualità.

La tipologia degli ingredienti all’interno dell’olio di CBD Nordic Oil fornisce ulteriori vantaggi. Infatti, l’olio di canapa biologico, gli acidi Omega-3 e Omega-6 rappresentano degli acidi grassi essenziali che forniscono il giusto apporto calorico giornaliero, senza dover quindi utilizzare ulteriori integratori.

Infine, la vitamina E presente all’interno dell’olio Nordic Oil possiede proprietà antiossidanti, elemento che si rivela particolarmente utile per il benessere della pelle.

Flacone di Olio di CBD al 15% della Nordic Oil

Metodi di somministrazione dell’olio CBD Nordic Oil

Il metodo di somministrazione più comune dell’olio Nordic Oil è quello per via sublinguale: si lasciano agire le gocce per qualche minuto, e l’effetto è immediato. Inoltre, per chi ama il gusto un po’ amarognolo del CBD, questo è il metodo ideale per provare il gusto.

Per coloro che invece non amano il sapore, si può utilizzare l’olio per condire verdure o insalate, o inserirlo all’interno di qualche ricetta per la preparazione di dolci.

Infine, sono presenti sul mercato alcune tipologie di vaporizzatori che possono essere utilizzate sia con le infiorescenze, sia con l’olio. I vaporizzatori rappresentano quindi un’alternativa valida per coloro che preferiscono inalare i vapori, evitando in tal modo la diretta ingestione del prodotto.

Modalità d’uso

Prima dell’utilizzo dell’olio di CBD Nordic Oil, è consigliato agitare bene il flacone al fine di miscelare bene i residui che potrebbero essersi depositati sul fondo.

È inoltre consigliabile assumere cibi grassi poco prima o dopo l’utilizzo dell’olio, in modo tale da favorire l’assorbimento, poiché il CBD è liposolubile. Tra i cibi grassi consigliati vi sono il burro, il formaggio, la frutta secca o l’olio vegetali, tutti alimenti utili ad attivare gli enzimi digestivi.

Controindicazioni

Nonostante l’olio di CBD Nordic Oil non presenti in linea di massima delle particolari controindicazioni, è bene fare attenzione a determinate casistiche. Valuta attentamente l’utilizzo dell’olio di CBD in caso di:

  • Malattie cardiovascolari: è stata riscontrata una particolare interazione nell’utilizzo del CBD in pazienti cardiopatici. Per cui, se dovessi avere un problema simile, usa l’olio con cautela;
  • Problemi epatici: quasi ogni alimento che ingeriamo viene metabolizzato dal fegato, e tra questi è presente anche l’olio del CBD. Nel caso in cui il fegato non abbia un corretto funzionamento, si potrebbe correre il rischio che l’olio non venga espulso dall’organismo;
  • Morbo di Parkinson: se il dosaggio dell’olio di CBD è troppo alto, il rischio nel quale si può incorrere è che i movimenti degli individui vengano ulteriormente peggiorati;
  • Malattie psichiatriche: l’olio di CBD Nordic Oil è consigliato nel trattamento di disturbi legati alla psiche; tuttavia, se utilizzato scorrettamente l’olio può provocare l’effetto opposto, accentuando i sintomi legati a queste malattie. È pertanto consigliato un parere medico previa assunzione.

Rimane, ovviamente, importante consultare il proprio medico per ogni dubbio.

Test di laboratorio e sicurezza

Se hai dei dubbi sull’acquisto dell’olio di CBD Nordic Oil, troverai questa caratteristica confortante.

Tutti i prodotti dell’azienda Nordic Oil sono stati testati da laboratori esterni da una società chiamata Fundaciòn Canna: essa si occupa di confermare che le informazioni riportate sull’etichetta relative ai cannabinoidi ed i terpeni presenti all’interno dell’olio siano accurate.

Inoltre, è fondamentale evidenziare che tutti i prodotti a base di CBD devono possedere una quantità di THC inferiore o pari allo 0,2%, percentuale stabilita dalla legge; in caso contrario, il prodotto è considerato illegale. La Nordic Oil con i suoi prodotti non fa eccezione, rientrando perfettamente nei limiti stabiliti dalla regolamentazione europea.

Altro elemento interessante, nella pagina dell’olio di CBD Nordic Oil è possibile trovare la documentazione sui risultati dei test dei laboratori esterni. Analizzando il documento, si potrà notare che la data è recente; ciò significa che l’azienda mantiene i dati costantemente aggiornati su ogni prodotto.

Inoltre, la Nordic Oil sostiene che la canapa utilizzata nella produzione dell’olio è stata coltivata biologicamente, senza l’utilizzo di pesticidi e priva di solventi.

Conclusioni

In conclusione, possiamo affermare che l’olio di CBD Nordic Oil è un prodotto estremamente valido. Il metodo di estrazione utilizzato, l’ottimo rapporto qualità-prezzo e i test di laboratorio lo rendono tra i prodotti a base di CBD più validi sul mercato, senza considerare gli effetti benefici del CBD sull’organismo. Quindi, se vivi in Europa e intendi optare per l’assunzione del CBD, l’olio Nordic Oil potrebbe essere ciò che stai cercando.

CBD: una panoramica sui pareri medici

Se tornassimo indietro nel tempo di qualche anno, probabilmente nessuno saprebbe rispondere alla domanda “Cos’è l’olio di CBD?”; in alternativa, un individuo potrebbe fornire una risposta dettata da una forte disinformazione, legata alla concezione (errata) del CBD come sostanza psicoattiva.

Per tale motivo, è importante mettere in evidenza la sempre maggiore diffusione del CBD che, insieme al THC, costituisce uno dei due principali componenti della pianta della Cannabis. In particolare, focalizzeremo la nostra attenzione sui suoi benefici e le relative evidenze scientifiche, in modo tale da promuovere l’efficacia di un prodotto sempre più presente sia in Italia, sia negli altri paesi.

Rapporto OMS e sicurezza nell’assunzione del CBD

Al giorno d’oggi, i pareri medici sulla componente non psicoattiva della pianta della Cannabis sono sempre più numerosi. Diversi studi scientifici hanno dimostrato gli effetti benefici del CBD e l’assenza di un potenziale rischio nell’utilizzo della sostanza; tra questi, è importante evidenziare il rapporto di 27 pagine stilato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) all’interno del quale si evidenziano una serie di elementi che qualificano il CBD come sostanza perfettamente tollerata sia da uomini che animali, che non causa alcun tipo di dipendenza e non produce effetti psicoattivi riscontrabili invece nel THC, l’altro componente (più diffuso e conosciuto) della pianta della canapa.

Citando il documento, “ad oggi, non ci sono prove dell’utilizzo ricreativo del CBD o di problemi di salute pubblica associati all’uso di CBD puro”.

All’interno del documento vengono inoltre approfonditi una serie di aspetti riguardanti la sostanza come la sua composizione chimica, l’utilizzo industriale, le sue applicazioni, i risultati su uomini e animali e il suo utilizzo come terapia medicinale. Focalizzando la nostra attenzione su quest’ultimo aspetto, sfortunatamente gli Stati Uniti non fanno parte di quei paesi che hanno adottato il CBD in tal senso. Ciò è dovuto al fatto che negli USA, diversi consumatori di CBD hanno acquistato in dosi massicce dei farmaci non regolamentati; questi ultimi possono risultare di scarsa qualità ed essere quindi dannosi per la salute, poiché non tutti i prodotti derivanti dalla cannabis possiedono la stessa composizione né, tanto meno, lo stesso metodo di estrazione. 

Medici e quadro legislativo “grigio

Nonostante l’affermazione univoca, confermata a livello mondiale secondo la quale il CBD è considerata dai medici una sostanza sicura, non psicoattiva e che non provoca dipendenza, e nonostante il riconoscimento da parte dello Stato italiano della legalità di questo componente, il quadro legislativo risulta ancora incerto.

Che significa?

Gli effetti benefici del CBD sono innumerevoli, e per tale motivo il componente sembrerebbe essersi guadagnato la fama della “panacea per tutti i mali”. Uno studio del 2013 pubblicato dal British Journal of Clinical Pharmacology analizza nel dettaglio i vari effetti che la sostanza produce. Tra questi possiamo elencare:

  • Ansiolitico e antipsicotico;
  • Analgesico;
  • Antinfiammatorio;
  • Antiemetico;
  • Antitumorale e antimetastatico;
  • Neuroprotettivo.

I medici specialisti si focalizzano in particolare su questi ultimi due aspetti. Nonostante il CBD non venga classificato all’interno della categoria dei farmaci, esso rappresenta un coadiuvante nel trattamento delle terapie del dolore. Ciò significa che si rivela incredibilmente efficace nel combattere i sintomi legati a patologie particolarmente gravi, quali tumori ed epilessia le quali, sfortunatamente, risultano spesso resistenti ai farmaci tradizionali.

Questo elemento è quindi considerato croce e delizia della sostanza, poiché la prescrizione medica sulla base della Cannabis come trattamento terapeutico è un passo che l’Italia non ha ancora affrontato a dovere. Il risultato è perciò quello di una prescrizione nell’eventualità che si presentino casistiche importanti (quali, appunto, gravi patologie); chi invece desidera confrontarsi con il proprio medico a proposito di terapie a base di CBD per combattere degli stati ansiogeni si trova ad aver a che fare con degli ostacoli non indifferenti.

Per tale motivo, la discussione con il proprio medico a proposito del CBD rappresenta ancora un tabù, sia per una consistente disinformazione a riguardo, sia per una regolamentazione ancora oggi poco chiara.

CBD nella gestione del dolore refrattario: uno studio italiano

La difficoltà nell’applicazione della regolamentazione sull’utilizzo del CBD in Italia non preclude le evidenze scientifiche.

Tra i vari studi condotti sugli effetti benefici del CBD ve n’è uno in particolare svolto dal Dott. Domenico Quattrone, specialista in Anestesia e Rianimazione presso il Centro di Terapia del Dolore del Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi Melacrino Morelli” di Reggio Calabria.

Lo studio si focalizza sull’efficacia del CBD sul trattamento del dolore refrattario rispetto ai farmaci tradizionali su pazienti di età media intorno ai 60 anni, con dolore cronico da più di 6 mesi e afflitti da patologie di natura cronico-degenerativa quali malattie oncologiche, malattie osteoarticolari e sclerosi multipla. I soggetti presi in esame sono stati tenuti in osservazione per 5 settimane; la somministrazione del CBD è avvenuta sotto forma di olio, donato da un’azienda per il sostegno all’esperimento. Il risultato è stato un abbassamento importante dell’intensità del dolore, individuabile intorno al 35%, in un arco di tempo compreso tra le 48 e 72 ore.

Il Dott. Quattrone ha inoltre evidenziato l’importanza dell’utilizzo del CBD in formulazioni prive di THC, in modo tale da evitare gli effetti psicotropi.

Essendo quindi frequenti le casistiche in cui i farmaci tradizionali non producono degli effetti concreti sul dolore, le cure mediche a base di CBD vengono sempre più consigliate come trattamento nel medio-lungo termine.

CBD e stati d’ansia: gli effetti benefici di una sostanza naturale

Al giorno d’oggi, gli stati d’ansia rientrano senza dubbio tra le problematiche più diffuse, specialmente tra i giovani adulti. Sono innumerevoli gli studi scientifici che evidenziano l’importanza del CBD nel contrastare i disturbi d’ansia.

Come avviene?

All’interno del nostro sistema nervoso sono presenti i recettori CB1 e CB2, altresì definiti come recettori cannabinoidi e la serotonina, un neurotrasmettitore fondamentale che svolge diverse funzioni nella regolazione dell’umore, il sonno e così via. L’assunzione del CBD favorisce l’interazione con questi elementi, contribuendo a tenere l’ansia sotto controllo.

Uno studio recente, svoltosi precisamente nel 2018 nell’Università di Washington e pubblicato sul Journal of Affective Disorders ha preso in esame un campione di 1400 individui per testare l’efficacia di prodotti a base di CBD su disturbi quali ansia e stress. I ricercatori si sono avvalsi dell’utilizzo di un’app (StrainPrint), utile a tenere traccia degli effetti in funzione in base alle diverse dosi e ai ceppi di cannabis. Il risultato è stato che più della metà dei soggetti, precisamente il 58% ha riscontrato una netta riduzione dello stato d’ansia, mentre il 50% una consistente riduzione dello stress. Inoltre, lo studio ha evidenziato come, tra i disturbi d’ansia, il CBD risulti particolarmente efficace in una serie di problematiche, tra le quali:

  • disturbo da stress post-traumatico;
  • disturbo ossessivo-compulsivo;
  • ansia generalizzata.

Altro elemento da non trascurare è la composizione del prodotto: è risultato infatti che l’efficacia sul problema risultava maggiore in un dosaggio composto da una maggior percentuale di CBD e una ridotta di THC.

Modalità di somministrazione del CBD

Con la diffusione sempre maggiore del CBD sul mercato, sono tanti i metodi di assunzione che si hanno a disposizione. Tra i più diffusi vi è sicuramente la formulazione in olio, i cristalli e le infiorescenze.

Prima di passare all’analisi e descrizione delle modalità di assunzione del CBD, è fondamentale tenere in considerazione la differenza tra canapa light e canapa medicinale. Le due sostanze si differenziano per la concentrazione: mentre la canapa light ha una percentuale di THC che non supera lo 0.2%, la canapa medicinale possiede una concentrazione maggiore della sostanza psicoattiva, ragion per cui, come sopra accennato è necessaria la prescrizione medica. Inoltre, la canapa medicinale è al momento coltivabile in Italia ma esclusivamente dall’esercito italiano. La canapa light, poiché non richiede prescrizione medica è disponibile sul mercato online e nei negozi, poiché il dosaggio minimo di THC non possiede effetto psicoattivo, di conseguenza non crea dipendenza.

Ogni prodotto contenente CBD presenta una concentrazione variabile; la nostra scelta si baserà quindi sull’effetto che si desidera ottenere, se immediato o nel lungo termine, sulla soggettività della reazione e così via.

Olio di CBD

L’olio di CBD è sicuramente il prodotto più comune. Esso viene ricavato dalla pianta della canapa attraverso diversi processi di estrazione. L’ideale è optare per un olio di CBD il più possibile naturale, quindi unito a un altro composto quale olio d’oliva, olio di semi di canapa o olio di cocco. Generalmente, l’olio viene utilizzato sottoforma di gocce sublinguali che vanno sciolte in bocca per qualche secondo.

Cristalli di CBD

Un metodo altrettanto conosciuto, i cristalli di CBD si rivelano particolarmente utili per favorire il consumo della sostanza senza la combustione. Anche i cristalli possiedono la stessa modalità di assunzione dell’olio, ovvero l’ingestione.

Potete quindi scegliere di inserirli all’interno di qualche ricetta; l’importante è scioglierli all’interno di un elemento grasso, come l’olio o il burro.

Infiorescenze

Le infiorescenze della cannabis sono probabilmente il metodo più diffuso e utilizzato, che prevede l’inalazione dei fumi prodotti dalla combustione dei fiori.

Tuttavia, essendo la combustione dannosa per la salute è possibile optare per gli infusi, i cui effetti potrebbero risultare più intensi rispetto alla combustione, poiché il passaggio avviene direttamente attraverso lo stomaco.